Essere coraggiosi non vuol dire non avere paura, vuol dire non lasciare che la paura controlli le nostre azioni o i nostri pensieri; perché la paura è dolore in forma di rimpianti, violenza, emarginazione. È dalla paura che fiorisce l’odio. Ci vorrebbe più gente con le palle.
I volti della gente sfumano tra le luci sfavillanti nell’oscurità di questo posto. Sono circondato di persone schiave del giudizio che gli altri hanno nei loro confronti, è evidente che hanno passato troppo tempo a sistemare la propria immagine. Questa è l’insicurezza che cammina, intrappolati come sono in un circolo vizioso in cui l’unico modo per avere sollievo nell’ansia è accettare situazioni che aumentano l’ansia.
Tutto, in una discoteca, è studiato per farti sentire insicuro, dalla fila che c’è fuori all’entrata al buttafuori che ti fa aspettare a lungo prima di entrare, deve farti capire che non sei nessuno. Se sei con una ragazza è più semplice, ma devi comunque fare la fila, quello è il loro modo per dirle che il suo ragazzo non è poi sto gran che. E se sei invece una ragazza ti stanno dicendo che non sei poi così figa da saltare la fila. E dentro ti aspettano ovviamente drink ad un prezzo altissimo, in molti non riescono a permettersi più di un paio di cocktail, perché sono ovviamente dei pezzenti e dei falliti. Chiaro.
Poi entri, ti ritrovi circondato da altra gente nella tua stessa situazione, la luce ti impedisce di capire quanti strati di trucco si sono spalmate le ragazze sul viso. Chissenefrega pensi, e all’inizio va bene così, non sei lì per cercare una ragazza, sei lì perché non c’era alternativa, sei stato trascinato dagli amici, o quello o a casa da solo. E spesso vedi alcune ragazze, che lì non vogliono starci, perché quello non è il loro posto, ma non sanno che altro fare, sognano una vita che al momento non hanno e che non sanno come ottenere, perché mica qualcuno ha dato loro il manuale di istruzioni, e così fanno si ritrovano lì senza sapere bene perché, perché “è così che funziona”, pensano.
E così si resta intrappolati in un ambiente creato per farci sentire a disagio, circondati da persone che non conosciamo, persone che nemmeno possiamo raggiungere per via del rumore. E la soluzione che tendiamo ad adottare è sempre la solita, è una questione di controllo, noi lo abbiamo perso e l’unico modo per ottenerlo, per sollevarsi sulla folla, è quello di sentirsi superiori, di storcere il naso, di schifare gli altri, di chiuderci in noi stessi perché quella gente non ci piace, e noi non piacciamo a loro, e abbiamo ragione entrambi.
E così mi trovo di fronte una ragazza dall’autostima a pezzi, con le sue sicurezze frantumate, chiusa in se stessa, sulla difensiva. Quella si aspetta che io vada da lei a parlarle, perché vuole sentirsi validata, accettata, rivuole il controllo che ha perso. E così rifiuta quei pochi ragazzi che le rivolgono la parola, finché non ce ne è uno che è abbastanza bravo da ingannarla. Oh, no, aspetta, è facilissimo ingannare le ragazze in discoteca, l’unica cosa che dobbiamo fare è rimuovere, per lei, la dissonanza cognitiva che in quel momento la sta facendo soffrire, ed è semplicissimo, ci ha già pensato il locale per noi ad alimentare le sue insicurezze.
E così vedi gente fotografarsi in continuazione, da sole ma soprattutto con le amiche. Foto, foto e ancora foto. Perché la validazione che manca loro in quel momento la avranno su Facebook il giorno dopo, è la prova che fanno parte di quella società, e così fingono di divertirsi e sorridono. E tutti sorridono e sembra che si siano fatti un clistere di accettazione sociale e pare che quella festa debba andare avanti in eterno, che prima o poi Gesù scenderà dal cielo per salire sul cubo.
E così la droga circola in certi posti, perché rende più sopportabile la notte. Qualcuno prima o poi mi spiegherà il senso di avere la musica venti decibel in più di quella sopportabile. E i locali si stanno uniformando, anche quei posti che non sono discoteche, semplici pub o ristoranti stanno alzando la musica e rimuovendo sedie e divanetti, perché le ricerche di mercato dimostrano che così si vendono più alcolici, se non stai parlando insomma, vuol dire che stai bevendo.
La musica alta crea un ambiente adatto alla proliferazione di gente noiosa, non interessante, che non essendo costretta a parlare può esprimersi in altri modi e utilizzare la pista come modo per scoparsi qualcuno e collezionare così un’altra venerea.
Ma capisco anche che non piacendomi ballare, vedo le discoteche come qualcosa che non possono essere, e cerco in esse qualcosa che semplicemente non c’è. A qualcuno piace veramente ballare, ad altri basta uscire con gli amici, io continuo a non vederci un senso e va bene così, la cosa che mi dà fastidio sono gli altri locali che seguono il trend. Non posso più andare a farmi una birra in santa pace e fare quattro chiacchiere con un amico perché per farlo devo urlare. Sigh.
Neve. Sigh.
Non ero un bambino cattivo, quindi il fatto che non trovassi regali sotto l’albero poteva significare solo che babbo natale non esisteva, e che la mia famiglia fosse troppo povera per permettersi di comprare anche un solo giocattolo. Lo conferma il fatto che morivo di freddo perché i riscaldamento erano spenti (una stupida e puzzolente stufa a cherosene) e che la fame mi teneva costantemente compagnia. Si cresce in fretta in queste situazioni, e così smisi proprio di parlare di regali, fingevo di non aspettarmeli, per non fare stare male i miei genitori. Ma l’ingiustizia che si abbatteva su di me la mattina di Natale mi faceva soffrire tanto, perché nella miseria in cui stavo non moriva la speranza di ricevere qualcosa almeno a Natale, almeno a Natale cazzo… E così quando mi svegliai una mattina del 25 dicembre, non andai a controllare l’albero, ma la luce bianca che filtrava dalla finestra, perché la notte era caduta neve, quei maledetti vetri erano pieni di spifferi e così mi ero alzato appena sveglio per muovermi e scaldarmi. Be’, sotto l’albero quella mattina trovai un pacco incartato ed esplose la gioia in casa, io che gridavo e correvo, svegliai i miei fratelli e scartammo insieme il regalo. Mia madre mi raccontò che una signora mi aveva sentito parlare e così, impietosita, aveva fatto un regalo a tutti quanti, un gioco di società che ci ha tenuti chiusi in casa per tutto il periodo natalizio, anche perché non avevamo i vestiti adatti a giocare sulla neve.
Quest’anno sono solo e non ho nessun regalo da fare, dato che sono l’opposto della persona materialista e che al momento non mi serve nulla, ho deciso che comprerò qualcosa per un qualunque bambino che si trovasse in condizioni da non poterne ricevere, ovviamente in anonimato. Se qualcuno ha una storia da raccontare, mi contatti in privato.
Solo il Natale riesce a deprimermi così tanto.
Per un indeterminato periodo di tempo credo di essere andato al supermercato solo per sentirmi meno solo. Andavo lì per comprare esattamente una cosa sola, quella che mi serviva in quel momento, consapevole che sarei dovuto tornare più tardi a prendere altro. Era un modo che avevo trovato per gestire il dolore della solitudine. Ne parlo perché sono cose che abbiamo fatto tutti, ma che nessuno sembra avere il coraggio di ammettere. Parlare di queste cose, per un uomo, è pure socialmente inaccettabile.
Per un preciso periodo di tempo invece, sono stato così poco solo che non capivo più i miei problemi, neanche riuscivo più ad ascoltarmi tanto ero preso dai problemi degli altri. E così ho accumulato problemi per anni, rimandando non solo la soluzione, ma addirittura il riconoscimento e l’accettazione del problema stesso.
Ma adesso un po’ di contesto eh. A inizio 2012 finiva la relazione con quella che doveva essere la donna della mia vita, quella persona che stava alla base del futuro in cui vivevo, futuro che non sarebbe arrivato mai. Qualche settimana dopo ho cambiato città e mi sono ritrovato anche senza amici, e soprattutto senza sapere che cazzo fare visto che non ero single da ormai una decina di anni. Da un giorno all’altro ti ritrovi in una situazione nuova, che non sai gestire, che non puoi in realtà gestire, puoi solo aspettare che la tempesta passi e prendere ossigeno tra un’onda e l’altra.
Ho ventisette anni, quando dico che non avevo più un futuro, intendo che in quel momento, quelli che erano i miei progetti, i miei sogni, le mie speranze, erano scomparsi. Ero consapevole che la mia vita sarebbe andata avanti, che l’attesa del domani avrebbe riavuto nuovamente un senso, che avrei nuovamente avuto progetti e sogni. Lo sapevo benissimo che un giorno tutto si sarebbe sistemato, ma saperlo non basta, non era questa consapevolezza che riempiva il vuoto che era stato lasciato da chi se ne era andato.
La prima cosa da accettare è che non si possono rimpiazzare le persone, quella che è andata è andata, non ce ne è un’altra uguale né mai ci sarà. Per questo motivo l’unica cosa che ha senso è andare avanti con la propria vita da soli. Un’altra ragazza sarebbe solo un rimpiazzo temporaneo, qualcuno chiamato ad assolvere un compito che non può assolvere. Se non si è felici da soli, in due non si risolve il problema.
E quindi ho imparato a stare bene da solo, a costruire un futuro che ruotasse attorno a me, e soprattutto ad affrontare e risolvere ogni problema lasciato in sospeso. Ho cominciato così a costruire nuove amicizie, trovare nuovi hobby, dedicare del tempo a me stesso e fare tutte le altre cazzate di autoerotismo di cui si riempono la bocca le persone che ti conoscono. Vedi, io ne sono venuto fuori, ma mica lo so come ho fatto, nessuno lo sa. La verità è che è una continua lotta per bilanciare la propria vita tra atarassia ed edonismo.
Così passano sei mesi e, dopo una cena tra amici, mi rendo conto di stare finalmente bene. Ma c’è sempre una netta differenza tra lo stare bene e l’essere felici. Avevo fatto così tante di quelle cose in quei sei mesi che non riuscivo nemmeno a crederci. E così, durante uno dei mei tanti viaggi, ho capito che non ha importanza quanto sia grande l’impresa che compi o quanto sia bella l’esperienza che fai; se non la condividi con una persona che ami non vale nulla. È chiaro, ma solo adesso, che certe cose le facciamo per riempire materialmente un vuoto che è in realtà spirituale. Non è fattibile.
Ho ripreso quindi ad uscire con altre ragazze, ma non con la forza della disperazione, come fanno quelli che si accontentano di chiunque purché non siano soli, ma con risoluta determinazione a non abbassare i miei standard, a non concedere nulla. Ma i miei standard non sono “alti” o “bassi”, ma semplicemente “miei”. Non ho cominciato a svalutare gli altri, ma a rivalutare me stesso.
E in appena due mesi sono uscito con una trentina di ragazze, una ogni due giorni. Tempo sprecato. Mi ritrovavo a cena con persone che volevano parlare solo di se stesse, o erano monotematiche (e il loro unico argomento estremamente importante), o avevano un’apertura mentale paragonabile a un contadino del 600 D.C. E un giorno mi sono stancato e ho smesso di cercare, perché comunque non era così importante. Probabilmente frequentavo i posti sbagliati o le persone sbagliate, di conseguenza la mia rete sociale non era così interessante.
Ma tant’è, chissenefrega. Arriverà per chiunque il giorno in cui ci troveremo di fronte una persona interessante, che sembra quella giusta, che è esattamente quello che cercavamo e così diremo a noi stessi “vorrei approfondire la cosa, conoscerla meglio…”, ma passeremo oltre, perché lei non fa parte dei nostri progetti. E il mio futuro non può fermarsi, non può morire, questa volta il suo destino dipende solo da me, esattamente come la mia felicità.
Comincia tutto con un foglio bianco, dobbiamo solo ricordare a noi stessi di non bruciare il libro quando cambiamo pagina. Solo se si è felici si può condividere felicità.
Lei era lì, davanti a me, a tenermi compagnia. Mi guardò per qualche secondo negli occhi, poi aspettò che posai il bicchiere di scotch e mi domandò:
— Ci stai provando con me?
— Ancora non lo so.
— Beh, si direbbe di sì.
— Da cosa lo intuisci?
— Da come ti comporti ultimamente.
— Mi comporto così da un bel po’ in verità. No, non ci sto provando con te.
Misi a tacere la sigaretta nel posacenere e ordinai un altro bicchiere di scotch.
— No, sono sicura che ci stai provando con me.
— Da cosa lo capisci?
— Da come mi cerchi, dal modo in cui fumi, dal fatto che sei rimasto qui e continui a bere anche se sei mezzo ubriaco.
— Stronzate, — le risposi — lo sai benissimo che non sono ancora pronto.
— Eppure eccoti qui.
Arrivò il mio bicchiere e sparì così come avevano fatto i precedenti. Tirai fuori una banconota dalla tasca e pagai il conto.
— Me ne vado, —le dissi — sono stufo di questo posto.
— Aspettami, vengo anche io.
Il grosso portone di legno di quel locale si aprì e mi ritrovai nuovamente per strada. I lampioni coloravano la sottile nebbia di giallo, l’aria profumava di pioggia e le auto che passavano si lasciavano alle spalle il ronzio dei pneumatici sull’asfalto.
— Aspettami!
Attraversai la strada, la sentii arrivare da dietro, mi prese per un braccio.
— Se continui a scappare così finirai per avermi, lo sai…
Mi liberai di quella presa con uno strattone, lei mi guardò negli occhi e mi sussurrò:
— Aspettami…
Feci qualche passo. Un auto uscì dalla nebbia. Mi ritrovai steso sull’asfalto, a fissare quel cielo senza stelle. Lei si avvicinò a passo lento. Si chinò su di me, mi guardò. Mi accarezzò il volto con un sorriso amaro:
— Non era questo che volevi, vero?
Chiusi gli occhi e lei, la Morte, mi diede un lungo bacio d’addio.
Milano
mi ritrovo
per le strade di Milano
a vendicare un sogno
quale
ancora non lo so.
Milano è la città
dalle mille promesse
che non mantiene.
Milano è la città
delle sigarette
fumate a metà.
Milano risplende
nel pallore autunnale
di una luce sbiadita.
Milano mi ricorda
che sono solo
una tra le tante
anime che scorrono
lungo la linea
verde.
eccomi là
ancora una volta
su quella strada in cui
vanno a morire i sogni
e i sorrisi con essi.
ma non tutto ciò che finisce
è passato
quel che resta è l’inferno
di chi ama e non si arrende
di chi ama e non può amare.
una vita costruita
sulle macerie
del mondo là fuori
e dei dolori di ieri
perché finiscono gli amori
ma l’amore rimane.
vago disperso
su rotte dimenticate
tra le mani una candela
attorno a me
bufera.
assaporando versi
di una poesia,
vagando dispersi
lungo la via,
lieve è il passo
del sognatore,
lieve il suo piede,
l’animo e il cuore.
Tradito
Nei miei sogni
Nel mio cuore
Tradito come una farfalla
Nella bufera
Una primavera abbozzata
Promessa infranta
Una linea spezzata
Tra l’uomo che ero
E il futuro che avanza
Quel ricordo
Quel momento
Quel tuo bacio
Il paradiso per un’ora
E l’inferno in una vita
Ammira
L’incessante incedere
Del tempo.
Oggi è soltanto
Il domani di ieri.
Il futuro è un vento
Che spazza via
Le rosse foglie.
Non resta altro del passato
Che le sue spoglie
Non cambierà mai,
Non per le lacrime di ieri
O gli errori di domani
Resterà lì, dove sai tu
Ad aspettarti
Tra le righe abbandonate
Delle mie poesie